In Italia 1,5 milioni di famiglie vivono in “disagio abitativo”

Ci sono 1,5 milioni di famiglie che vivono un “grave disagio abitativo”. Eppure, le case non mancano. Lo afferma il rapporto del Centro Einaudi “Abitare l'Italia di domani”. Lo studio fa emergere una serie di paradossi e differenze territoriali, andando oltre alcuni dati medi che raccontano un quadro più brillante della realtà.
Dati medi contro realtà
Guardando solo i dati aggregati, spiega lo studio, non sembra che in Italia ci sia stato “un peggioramento generalizzato dell'accessibilità”. Tra il 2015 e il 2022 i prezzi reali delle abitazioni sono diminuiti di circa il 3%, contro una crescita a doppia cifra registrata nei Paesi Ocse.
Nello stesso periodo, sono diminuiti in termini reali anche gli affitti e il rapporto tra prezzi e redditi è sceso del 12,9% tra il 2015 e il 2025, mentre è aumentato del 6,4% in Ue. L'Italia dispone inoltre di uno dei patrimoni abitativi più estesi d'Europa in rapporto alla popolazione: oltre 35,6 milioni di abitazioni per meno di 26 milioni di famiglie. E allora cosa c’è che non va?
Un’Italia divisa
Se la questione abitativa si misurasse soltanto dai dati complessivi, spiega il Centro Einaudi, “il quadro apparirebbe favorevole”. Non lo è. Perché, stima Nomisma, ci sono circa 1,5 milioni di famiglie che vivono in condizioni di grave disagio abitativo. Spendono cioè per la casa più del 30% del proprio reddito.
La distanza tra le medie e la realtà si spiega in parte con le forti differenze territoriali. Nei grandi centri urbani c’è infatti una pressione molto maggiore rispetto ai piccoli comuni e alle aree rurali. Non solo. Il disagio “si concentra su segmenti precisi della domanda: giovani in transizione verso l'autonomia, studenti e lavoratori fuori sede, anziani soli, famiglie e immigrati a reddito medio-basso nelle aree urbane più dinamiche”.
A questo, precisa lo studio, si aggiunge una parte del disagio che gli indicatori tradizionali non riescono a cogliere: spesso la difficoltà non si traduce in un maggiore peso dei costi abitativi sui bilanci familiari, ma nel rinvio stesso dell'uscita dalla famiglia di origine. Non si lascia casa di mamma e papà perché non si può pagare un affitto o un mutuo.
Le case ci sono, l’offerta no
Partendo dall’analisi dei dati, la ricerca arriva ad alcune conclusioni: secondo il Centro Einaudi, la questione abitativa italiana non sarebbe un problema di quantità, ma di distribuzione, di finanziamento e di composizione.
Le case, infatti, non mancano: si stima ce ne siano circa 8,5 milioni “dormienti”. Cioè non utilizzate. Il punto sarebbe nella distribuzione della domanda (che si concentra nei grandi mercati urbani del Centro-Nord), nei ritorni economici (perché spesso affittare non conviene abbastanza) e nella composizione (perché l’offerta abitativa non risponderebbe più ai bisogni più frammentati della popolazione).
In pratica, le case vengono ancora costruite per le famiglie con figli, quando gli acquirenti e gli inquilini sono, sempre più spesso, giovani e anziani soli. Per correggere questa distorsione, lo studio stima che sarebbero necessarie (tra nuove costruzioni e, soprattutto, cambiamenti di quelle già esistenti) 150.000 abitazioni l’anno, concentrate quasi interamente nelle aree metropolitane del Centro-Nord.
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