Mutuo, meglio fisso o variabile?

Con il Protocollo 77/14 del 10/1/2014, l’Arbitro Bancario Finanziario ha preso posizione sulla cosiddetta “usura sopravvenuta”, ovvero sulla situazione in cui un mutuo, stipulato ad un tasso fisso troppo a ridosso della soglia d’usura, nel corso del tempo abbia costi che lievitano oltre quella soglia. In questo caso, stabilisce l’Abf, le banche non possono esigere il pagamento degli interessi sopra soglia: una vittoria per i mutuandi (ai quali abbiamo suggerito qui come stare in guardia dal tasso di usura), ma allo stesso tempo, secondo l’analisi fatta da Il Sole 24 Ore, un disincentivo per le banche a offrire mutui a tasso fisso.

Quale tasso, quindi, conviene scegliere in sede di stipula del contratto di mutuo? Partiamo dalla nozione base di mutuo a tasso fisso e a tasso variabile. Il mutuo a tasso fisso è un contratto che consente la suddivisione del pagamento della somma chiesta alla banca sotto forma di rate tutte dello stesso importo, con un interesse invariato nel tempo che si calcola sommando il tasso di riferimento IRS, rilevato al momento della stipula del mutuo e congelato per tutta la durata del contratto, allo spread proposto dalla banca. Il mutuo a tasso variabile prevede invece rate di importo variabile ogni mese, trimestre o semestre (a seconda del contratto) calcolate sommando il tasso Euribor relativo allo spread della banca.

Per scegliere quale tasso preferire, evidentemente, ci sono almeno due criteri: 1. Le condizioni di mercato, che possono determinare che uno dei due tassi dia luogo a interessi da pagare maggiori o minori; 2. La propensione al rischio dell’investitore, che potrebbe scegliere un tasso fisso per tutelarsi da possibili fluttuazioni dei valori di mercato, anche a costo, magari, di pagare interessi superiori, come in effetti di solito accade per i mutui a tasso fisso.

Per quanto riguarda il primo punto, il calo dello spread tra Btp e Bund tedeschi – che influenza i rendimenti delle banche e quindi il ricarico applicato dagli istituti di credito sui finanziamenti concessi – dovremmo prevedere un abbassamento dei tassi, e quindi un più facile accesso ai mutui. In realtà, secondo una recente ricerca di Crif, nonostante il calo dei differenziali sui titoli di Stato gli spread bancari sono rimasti praticamente invariati, e si aggirano tra il 2,5 e il 3,5%.

A fare da discrimine restano quindi solo i tassi di riferimento dei due tipi di mutuo, l’Euribor e l’Irs. Il primo dei due è in calo vertiginoso e segna i minimi storici; il secondo risulta invece in salita. Questo fatto, unito al “disincentivo ai tassi fissi” di cui parlavamo in apertura relativamente al rischio di usura sopravvenuta, e al fatto che la sicurezza del tasso fisso si paga con interessi in generale più alti, potrebbe portarci a credere che il tasso variabile sia in effetti la scelta da preferire, almeno alle presenti condizioni di mercato: la risalita dell’Euribor è prevista infatti a partire dal 2015. I dati sulla domanda di mutui sembrano confermare questa situazione: sempre secondo Crif infatti nel 2013 il numero di domande di mutuo è calato in generale del 3,6% annuo, mentre i mutui a tasso fisso in particolare si sono ridotti dal 18% del totale nel terzo trimestre 2013 al 16% nel quarto trimestre.

5 febbraio 2014 di

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