Gli italiani sono più propensi al tasso fisso, ma è davvero la scelta giusta?

24 dicembre 2018

Siamo proprio sicuri che il tasso fisso sia meglio del variabile?

Quando conviene scegliere il tasso fisso e quando no

Tasso fisso o variabile per il mutuo? Chi ha intenzione di acquistare un immobile o di procedere a una ristrutturazione nel 2019 si trova già a fare i conti con questo amletico dubbio. L’ultimo bollettino mensile diffuso dall’ABI evidenzia che nel mese di novembre 2018 il 74% dei nuovi mutui è stato erogato con tasso fisso. Tre famiglie su quattro, insomma, preferiscono definire da subito il livello degli interessi applicabili per tutta la durata del finanziamento (il tasso medio praticato dalle banche sui mutui si è attestato a novembre all’1,91%, in leggero aumento rispetto all’1,88% di ottobre).

E’ però impossibile stabilire con rigore assoluto se tale soluzione sia la più conveniente per l’aspirante mutuatario. Il tasso fisso è più alto di quello variabile, pertanto qualcuno potrebbe chiedersi perché la maggior parte dei richiedenti opta per questa alternativa.

Il vantaggio principale del tasso fisso è quello di poter definire da subito l’entità degli interessi che si dovranno corrispondere alla banca per tutta la durata del finanziamento. Poiché i mutui hanno una “aspettativa di vita” piuttosto elevata, che arriva in genere a 30 anni (ma per i più giovani anche a 35-40 anni), ciò consente di mettersi al riparo da forti aumenti dei tassi in futuro, dal momento che nessuno è in grado di prevedere come potrà muoversi l’economia su un orizzonte temporale così ampio.

La durata è quindi il primo elemento essenziale nella decisione. Su periodi brevi, per esempio inferiori a 15 anni, oppure per i mutui di ristrutturazione il tasso variabile può rivelarsi premiante. Si pensi al contesto attuale, nel quale da circa tre anni l’Euribor si muove sotto quota zero. Nell’immediato ciò si traduce in una rata più leggera. Di certo c’è la possibilità che nel corso dell’ammortamento i tassi salgano (anche se, alla luce delle politiche annunciate dalla Bce, i tassi resteranno prossimi a quelli di oggi almeno fino alla seconda metà del 2019). Peraltro, la quota di interessi delle rate diminuisce col tempo, quindi eventuali incrementi sarebbero da calcolarsi su un capitale residuo via via decrescente.

Qui entra in gioco il secondo elemento che deve portare a una scelta consapevole: il reddito del mutuatario, sia presente che prospettico. Tanto più le entrate mensili nette sono robuste, tanto maggiore è la possibilità di fare fronte a un incremento della rata.

Per chi invece ha un reddito meno consistente, oppure un lavoro precario o ancora un’attività autonoma, il tasso fisso dà il sicuro vantaggio di poter pianificare le uscite del mutuo per l’intera durata del prestito. Senza dimenticare che l’inflazione erode il peso reale della rata, essendo il tasso bloccato (i salari si adeguano al costo della vita, il mutuo no).

Quale che sia la scelta del cliente, non va comunque dimenticato che è sempre possibile in corso d’opera chiedere la rinegoziazione o la surroga del mutuo, al fine di ottenere condizioni più vantaggiose, qualora i mutati scenari di mercato lo consentano.

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    Mutuando di Valerio Stroppa

    Marchigiano di nascita, vive e lavora a Milano dal 2006. Giornalista professionista, scrive di diritto, fisco (nazionale e internazionale), e giustizia tributaria per ItaliaOggi. In passato ha collaborato con numerose testate tra cui MF/MilanoFinanza, ClassCnbc, Reteconomy, MySolution Post, Press. È anche moderatore di convegni e tavole rotonde su tematiche relative alle professioni di avvocato e commercialista.